Ho sempre trovato la rappresentazione della transessualità sullo schermo, piccolo  o grande che sia, sempre legata a filo doppio agli stereotipi tipici di chi non vive la mia condizione.  E per quanto qualche prodotto non mi sia dispiaciuto – come ad esempio Felicity Huffman in TransAmerica – la quasi totalità rimane ben lontana dal rappresentare la realtà di persone che, come tutte, desiderano solo vivere la propria vita come comuni mortali.

D’altro canto, se produttori, scrittori, registi ed attori sono tutti cisgender1, le chance di una rappresentazione corretta sono veramente ridotte al lumicino, vista da una parte l’oggettiva difficoltà di comprensione per chi non la vive, ma forse anche una mancanza di volontà di ampliare il proprio orizzonte.  Ed il risultato finale è solo deleterio, anche in prodotti recenti – vedi ad esempio ‘Trasparent’, che trovo assolutamente inguardabile.

Le cose, fortunatamente, stanno lentamente cambiando. Sono passati secoli da quando i ruoli femminili erano coperti in teatro da attori maschi, e ci sono voluti altri lustri perché i ruoli di transessuale fossero affidati ad attori ed attrici che lo sono realmente nella vita, senza dover sostenere una parte nella parte. Ma ora cominciano a trovare il loro spazio, anche in produzioni destinate al grosso pubblico. E con l’affermazione di talenti anche nel campo della sceneggiatura e della regia, il cerchio comincia a chiudersi.

Esemplare, da questo punto di vista, è la serie TV Sense8, che è disponibile su Netflix anche in Italia, che vede fra i suoi autori anche le sorelle (transgender) Wachowski, ben note al grande pubblico per blockbuster come “Matrix” e “Cloud Alas”.

Uno dei personaggi di questa serie sci-fi è Nomi (interpretata dall’attrice Jamie Clayton), una ragazza transessuale che vive a San Francisco con la sua compagna Amanita ed è connessa mentalmente ad altre sette persone sparse per i mondo. Nelle due stagioni della serie Nomi si muove nella narrazione come un normale personaggio, con i suoi interessi e le sue passioni, e con un commovente rapporto di amore con la sua compagna, Amanita.
Sullo sfondo le difficoltà legate alla sua situazione sono raccontate con semplicità. Dalla transfobia al gay pride, nella puntata pilota, al rapporto con chi l’aveva persa di vista prima della transizione, ai problemi con la sua famiglia, che è altrettanto transfobica. Rapporti familiari che sul finire della seconda stagione si risolvono al matrimonio della sorella – unico membro della famiglia ad averla assistita durante il culmine della sua transizione. Contagiosa (e tanto!) per me è stata la sua commozione alle parole del padre, che nel difenderla l’aveva chiamata per la prima volta ‘mia figlia’. Sarebbe piaciuto anche a me, ma purtroppo a me non è mai accaduto.

Mi ha emozionato vedere sullo schermo una ragazza transessuale  che, pur con i suoi suoi problemi e le sue paure (e chi non ne ha) ha una sua vita normale, è forte, apprezzata e rispettata come è e come dovrebbe essere per tutti. Mi ha emozionata sentirla amata dalla sua partner, pronta a seguirla ed a supportarla nelle sue pericolose avventure: un legame di coppia raro ai nostri giorni.  Ed è una storia con altri personaggi di grande rilievo emotivo, come ad esempio Sun, interpretata da Bae Doona.

Non perdetelo.


1)
cisgender è un neologismo che indica le persone la cui identità di genere e ruolo sociale corrispondono al sesso biologico.
In sostanza è il contrario di transessuale.

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