Sabrina

Non parlo facilmente di me, ma credo sia giusto presentarmi. Sono una donna di mezza età: dinamica, sensibile ed empatica. Ho tantissimi interessi, un lavoro che mi appassiona e per cui sono apprezzata, e sono estremamente curiosa, nell’accezione positiva del termine. Faccio volontariato per quanto posso, e mi batto strenuamente per la riduzione delle disparità sociali. Spero di essere anche simpatica, ma ovviamente non posso essere io mia giudice. Sono sempre leale, ed amo molto la sincerità: preferisco la verità, anche se dovesse fare male.

Mi piace socializzare e conoscere persone nuove, ma sono  patologicamente timida, e questo mi rende allo stesso tempo un po’ fragile. Attribuisco questa mia debolezza al fatto di essere una donna transessuale.

Quando vidi la luce, nei primi anni ’60, probabilmente la mia levatrice annunciò con fare soddisfatto l’evento ai miei genitori con la frase di rito: “è un bel maschietto”. Fisicamente, lo ero. Ma la mia identità faceva a cazzotti con il mio “contenitore”, visto che da sempre ho avuto la certezza di essere una femmina.

Se vado all’indietro con i ricordi, già da quelli più antichi rispunta la domanda che ripetevo spesso  a mia madre: “ma sei proprio sicura che io non sia una femmina?”. Classica ingenuità di bambina, in età prescolare e negli anni ’60. La mia famiglia è sempre stata amorevole, ma non aveva gli strumenti per comprendere. Alla fine mi resi conto che la cosa turbava non poco i miei parenti, e smisi di porre domande.

Questa condizione ha segnato tutta la mia vita. Per tanti anni ho sofferto, in assoluto silenzio, questa dirompente dicotomia fra corpo ed anima. E la scoperta, durante l’adolescenza, di avere attrazione per le ragazze mi ha messo ancora più in confusione. Ero un “lusus naturae”? Mi sentivo come fossi un fenomeno da baraccone.  E tanti dei discorsi che sentivo fare attorno a me non avevano altro effetto che ferirmi ulteriormente e rafforzare la mia sensazione di essere una persona sbagliata.

L’unica soluzione che riuscii a trovare, per sopravvivere, fu quella di chiudermi a riccio e stringere i denti. Alzare una barriera fra me ed il mondo mi consentì di terminare gli studi, ma al prezzo di isolarmi dal mondo. Senza amicizie, e senza nessuno che mi conoscesse realmente, mi sono sentita sempre, incommensurabilmente, sola.  Stato che ho mantenuto sino alla fine degli anni ’80, quando ho cominciato a realizzare il fatto che altre persone vivessero condizioni analoghe alla mia.

Questo fatto, però, più che sollevarmi, mi creò ulteriore preoccupazione. Mi sarei aspettata di essere destinataria di empatia per la condizione miserevole nella quale affrontavo la vita quotidiana, ma riscontravo solo riprovazione per qualcosa che era ben lontana dalla mia mente: il “sesso”. Scoprire che l’idea della società che le persone transessuali operassero una “scelta” dettata giusto dalla voglia di fare sesso “gay”, ed il disprezzo associato, contribuì ad irrobustire il mio isolamento e la mia solitudine. Che in quegli anni travalicò nel buio della depressione, tanto profonda da essere stata più volte vicino al gesto estremo.

Negli anni ’90  l’avvento di internet mi ha, almeno in parte, riconciliato con la vita. Grazie alla rete sono riuscita a capire di non essere né sola, né una “bestia”, ed a reperire documentazione sufficientemente chiara che mi consentisse di orientarmi. Oggettivamente non era granché, e sicuramente nulla di risolutivo. Ma per chi aveva vissuto una parte così consistente della sua vita nel dubbio e nell’ignoranza, aveva le sembianze di un faro spendente.

Con gli anni ho imparato ad accettarmi e ad aprirmi un po’ al mondo. Sempre molto timidamente, perché questa è la mia natura. Questo blog nacque proprio con questa idea di fondo.
Ma non si può recuperare il tempo perduto. La mia rimane una esistenza monca, ed in larghissima parte sprecata. Quella che sono oggi è giusto uno sbiadito dagherrotipo di quello che sarei potuta essere se la sorte fosse stata un po’ meno cattiva con me, o se fossi vissuta in una società più aperta ed empatica… o forse solo un briciolo meno bigotta. Né il tempo che mi rimane da vivere potrà mai compensare il buio, la solitudine e l’oppressione degli anni “migliori” della mia vita.
Ed anche oggi che ho raggiunto, con grandi sacrifici, un equilibrio che mi consente di affrontare la sfida quotidiana della vita, rimane un vuoto incolmabile: la mancanza della “serenità” dell’animo, che credo essere legittima aspirazione di ogni essere vivente, ma che so per certo essere predestinata a non trovare mai.

Ma oggi so essere positiva e guardare al futuro con gli occhi giusti.

Comunque non scambiate la mia timidezza per asocialità. Mi piace conoscere nuove persone, specie se condividono i miei interessi (cinema, lettura, cucina, scienza, moda retrò, steampunk, fotografia, informatica & tecnologia).  E non sono per nulla ‘poco sociale’, anche se ho grande difficoltà a rompere il ghiaccio. Per cui ogni tanto mi aggiro fra facebook, twitter e pinterest… e non mordo:  chi fosse curioso può lanciarmi un tok tok. Potete anche scrivermi:  sabbriva su gmail.com.

In ultimo non può non mancare un po di legalese (ovviamente maccheronico).  Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non viene aggiornato con periodicità,  e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge 62/2001. Tutti i testi sono rilasciati con licenza Creative Common CC-BY-SA (che, in soldoni, significa che i contenuti sono riutilizzabili citando la fonte). Tutte le immagini che uso sono o mie o, per quanto mi è dato di sapere, utilizzabili per uso personale. Qualora ciò non fosse vero comunicatemelo, e provvederò immediatamente a rimuovere il materiale che non lo fosse.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*