No!, signor Presidente

Mi chiedo quale coraggio abbiano oggi i nostri eletti a continuare a blaterare a tutto spiano in merito ai rischi derivanti dalla cosiddetta antipolitica. Termine odioso, perche trasferisce subdolamente il concetto che si tratti di qualcosa di negativo: se la politica è una cosa giusta, cosa mai potrebbe essere l’antipolitica, che ne è la sua negazione, se non un male?

Ma le cose non stanno effettivamente così.

Non c’è bisogno della zingara per comprendere che il sentimento che pervade trasversalmente il nostro paese non è una avversione – sic et simpliciter – verso la Politica, quella con la P maiuscola. E’ invece un moto di reazione, che ritengo più che legittimo, di chi si è stufato e non ne può più di dover sottostare alla tracotanza della nostra classe dirigente.
E’ ben evidente a tutti già dai tempi de ‘La casta’, il saggio di Rizzo e Stella, il fatto che l’Italia sia una nazione in cui ci si muove a due velocità.
Da una parte c’è la massa dei comuni mortali, dall’altra la ristretta cerchia di chi – a vario titolo – può disporre di enormi privilegi e di corsie preferenziali, per se e per i propri amici.

Questa situazione noi Italiani l’abbiamo tollerata a lungo. E’ una situazione odiosa, ma in tempi di vacche grasse ha probabilmente avuto il sopravvento l’indole tollerante che ci contraddistinue in larga massa.  Oggi che le vacche sono tutte rachitiche,  e che stiamo da tempo raschiando con forza il fondo del barile, è lapalissiano quanto il fermento che serpegga in così tanti cittadini sia più che motivato.

Ma è altrettanto evidente il fatto che la politica, quella che per me ha la p minuscola, ha reagito a queste situazioni solo con atti di facciata: pochi annunci e meno fatti. Non solo: più il tempo passa, più scopriamo che ai privilegi individuali di quanti a vario titolo fanno parte della ristretta elite di questa nazione, si vanno sommano situazioni che non possono che lasciare che sconcerto.
Mentre a noi cittadini vengono chiesti sacrifici sostanziali, scopriamo che nelle organizzazioni che dovrebbero rappresentarci circola immotivatamente così tanto danaro, che sia possibile perdere di vista fiumi di denaro senza che nessuno se ne renda conto!

Forse siamo tutti così assuefatti a questo andazzo, da non cogliere l’enormità delle vicende che si snocciolano sotto i nostri occhi: come è mai possibile perdere le tracce di decine di milioni di euro? Non credo di essere la sola persona che si accorgerebbe anche dell’assenza di un singolo biglietto da cinquanta euro, visti i salti mortali che faccio per arrivare alla fine del mese.
Ma quello che rattrista, e che fa rabbia, è che a fronte del diffuso sconcerto delle persone comuni la cosiddetta politica continui regolarmente a fare orecchie da mercante. Tanti discorsi, tante promesse, diremo…, faremo… e poi nulla. E’ stato così in passato, vedi il recente caso della commissione Giannini,  ma ci si sta muovendo sullo stesso binario anche per i cosiddetti rimborsi elettorali.

Ma è lecito definirli rimborsi? I nostri politici farebbero meglio a darsi una sfogliata al vocabolario, che recita: “Rimborsare: L’azione di restituire quanto si è speso”.
Non tutti si nascondono dietro al dito. C’è anche chi ha il coraggio di definirli per quello che realmente sono.  Come Rosy Bindi, che qualche sera fa, ad 8 e mezzo su LA7, affermava che non bisogna essere ipocriti:  quello che viene definito rimborso andrebbe chiamato con il suo vero nome: finanziamento pubblico.

Mi congratuto con l’esponente del PD per la sua sincerita, ma in questa affermazione dimentica allegramente che il popolo – che ogni tanto, e quando fa comodo loro, è sovrano – aveva con un referendum plebiscitario rifiutato tale concetto.
Così come le motivazioni addotte a questa posizione – sostanzialmente che senza di esso solo dei miliardari potrebbero permettersi un partito – sono estremamente deboli. Ci sono molte opzioni per consentire il finanziamento dell’attività politica. Quello che non funziona sono gli automatismi che portano fiumi di euro nelle casse dei partiti, per il fatto stesso di esistere ed in totale assenza di trasparenza e di controlli, e senza che vi sia alcun rapporto con quanto si è realmente speso.
Al di là di rare voci fuori dal coro, ancora oggi i leader dei tre principali partiti hanno ribadito la medesima posizione già affermata, più volte, negli scorsi giorni.

Continuo a rimanere meravigliata da queste affermazioni. Ho sempre ritenuto che la migliore capacita di un politico sia quelle di riuscire ad fiutare dove tira il vento prima dei comuni mortali e comportarsi di conseguenza.
Ma oggi è palese che così non è.
E evidente e lapalissiano quanto la strada che hanno scelto di perseguire cozzi alla grande con un malcontento trasversalmente diffuso, che è oggettivo e tangibile.
Mi sa che, isolati nel castello che si sono costruiti con le loro mani, abbiano perso di vista la realtà della popolazione a cui dovrebbero rendere conto del loro operato.
Solo così si spegano certe affermazioni, che mi indignano come cittadina, quali le elargizioni di taluni personaggi che si dicono disponibili a ‘consentire’ agli elettori di scegliere qualcosa – ma senza potere esprimere preferenze: evidentemente è troppo pericoloso. E’ rischioso mettersi alla prova. Vogliono tutti vincere facile, come dice un noto spot.

Ma d’altro canto, questo è per me il risultato più nefasto del fatto di avere consentito ai partiti di divenire organismi autoreferenziali, che rispondono solo a loro stessi, e di non avere preteso l’applicazione delle regole democratiche all’interno delle singole realtà. Di avere supportato i personalismi dei leader e di avere chiuso tutte e due gli occhi quando avremmo dovuto averli spalancati. Così ci troviamo oggi di fronte a dei pachidermi che macinano milioni di euro senza dover rendere conto a nessuno, che decidono  dall’alto quali sono le persone da mettere nei ruoli chiave, senza che – nella stragrande maggioranza dei casi – esista una dialettica interna degna di questo nome. Cosa rimane a noi cittadini di ‘democratico’ in questo sistema? Solo la libertà di mettere una X su di un simbolo. A me sembra che la Costituzione garantisca qualcosa di più di questo.

E’ questa antipolitica?

No. Non sono i cittadini a rifiutare la politica.
A me sembra proprio che sia  invece quest’ultima ad avere ‘scaricato’ la cittadinanza, considerandola solo una vasta prateria da cui attingere risorse. Ad avere tirato troppo la calza, che oramai si è irrimediabilmente lacerata. Senza rendersi conto di cosa sta succedendo e del fatto che, come fu per tangentopoli nel ’92, è sbagliato gioire delle digrazie altrui.
Perchè è troppo facile gridare oggi scandalo!, quando chi lo fa dimentica di avere attinto a larghe mani alle stesse risorse da quasi un decennio. Non mi sembra proprio che ci sia stato anche uno solo dei beneficiari di un simile fiume di denaro che vi abbia rinunciato negli anni passati.
Nè si accorgono di quanto deboli siano le risposte annunciate per arginare il malcontento: si continua ad essere autoreferenziali, in un modo che a me ricorda tristemente la vicenda delle ‘multe’ per manifesti elettoriali abusivi. Parliamo di milioni di euro di sansioni che non sono stati mai pagati perchè hanno beneficiato in dieci anni di sei condoni.
E’ ovvio che se il controllato è anche controllore, giudice ed esattore non si va da nessuna parte.
A questo si aggiunge il fatto che la politica, in toto, ha preferito rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità per lasciare la patata bollente a questo cosiddetto governo tecnico. Soluzione semplice e comoda per non sporcarsi le mani con azioni impopolari.

In questo clima si inserisce oggi l’appello del Presidente Napolitano.

In passato ho quasi sempre condiviso le posizioni del Capo dello Stato, ma oggi non concordo per nulla con il senso del suo appello.
Perchè il problema non è il marcio. A quello ci penserà la magistratura.
I problemi sono le ingiustizie legali di cui questo paese è pieno.
E’ la faccia tosta con cui si chiedono da un lato grandi sacrifici a tutti i cittadini, mentre all’altra si continua a spandere e spandere allegramente.
E non mi si venga a partare di antipolitica: quella di oggi non è politica. E’ una pessima oligarchia. Siamo di fronte solo ad una serie di apparati di partito, formati da professionisti, che si sono costruiti un ecosistema auto-referenziale, che si perpetua per partenogenesi.

No!, signor Presidente.
Non siamo noi a demonizzare i partiti.
Sono loro ad essersi arroccati su posizioni oramai insostenibili.

Se vuoi condividere...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*