In cerca di casa (politica)

Conosco bene il vecchio proverbio che recita “aver compagno al duol scema la pena”, ma è qualcosa che non ho mai condiviso.  In effetti è per me un vero dolore constatare come, giorno dopo giorno, la compagine dei cosiddetti indecisi – ovvero i cittadini che, come me, non si riconoscono nelle attuali formazioni politiche – si sia così inspessita da avere superato oramai la metà degli aventi diritto al voto.

E’ un dolore vero, perchè in una nazione moderna, civile e – almeno sulla carta – democratica è assurdo che una fetta così grande della società non si senta rappresentata da nessun componente della miriade di formazioni che si muovono sullo scacchiere della politica.
Vero è che noi Italiani siamo sempre stati un po’ troppo abituati a farci ‘i fatti nostri’ ed a lasciar fare. A delegare agli altri, ad occhi chiusi, senza nemmeno preoccuparci di farci rendere conto delle deleghe date. Così come è troppo diffuso il concetto che la cosa pubblica – in tutte le due forme – non è qualcosa che appartiene singolarmente ad ognuno di noi, ma che è invece un bene di nessuno.

Il brutto è che ci eravamo già passati nel 1992.

Subito dopo l’ondata che travolse i partiti dell’epoca, distruggendo capisaldo storici del panorama politico dell’epoca, pensavamo di aver imparato la lezione. Ricordo bene il fermento di quel periodo. C’era la sensazione che fosse possibile costruire dalla base qualcosa di nuovo sul terreno lasciato libero da quelli che erano considerati a buon titolo dei professionisti della politica.

Ma, ahimè, fu una breve illusione. La politica della Seconda Repubblica, basata sui personalismi carismatici dei cosiddetti leader, ha rapidamento messo in un angolo il valore dei contenuti in favore del luccichio delle paiettes, travolgendo con se ogni speranza di chi aveva creduto che la fine della Prima Repubblica potesse mettere il singolo cittadino in una posizione di maggiore centralità nella gestione della cosa pubblica. Inseguendo il miraggio del bipartitismo e della governabilità, la popolazione si è interessata sostanzialmente solo al fatto di essere pro o contro. Il fatto che il governo di una nazione debba essere basato su una progettualità condivisa – i programmi, come si chiamavano una volta – è stato trasformato in occasione di spettacolo: vedi il famoso patto con gli elettori.

Credo si abbastanza evidente che, dopo venti anni, anche la Seconda Repubblica è arrivata al capolinea, e saranno gli storici a sentenziare quale sia l’evento che abbia innescato la discontinuità. Per me è chiaro che quello che stiamo vivendo sono gli ultimi giorni di un periodo storico che ha sostanzialmente sancito la creazione nel nostro paese di una oligarchia, costituita da formazioni che ritengo ben poco abbiano a che fare con i partiti, così come sono delineati dall’articolo 49 della nostra Costituzione.
Le mosse di questi giorni degli attori in campo non fanno che corroborare questa idea. Se un leader che non ha cariche di partito può azzerane la struttura, o un segretario annunciare una sorta di rivoluzione quando sino al giorno prima era impegnato in congressi per riannodare le fila con la cosiddetta base, mi chiedo cosa rimaga del metodo democratico che i nostri Padri Costituzionali avevano messo a fondamento del concetto di “partito” in Italia.
Segnali evidenti che, da scafati professionisti, si stanno tutti rendendo conto che il futuro sarà diverso – i segnali sono oramai troppo evidenti – e tutti stanno cercando di correre ai ripari.

Ma sono davvero così superficiali dal pensare che basti un rimescolamento di carte, una shekerata di volti, per riacquistare una verginità perduta?
Come cittadina sono profondamente indignata. Mi sono sentita usata e messa da parte, ripetutamente presa in giro. Mi sono sentita tradita da una casta ampiamente privilegiata e lautamente retribuita che in una situazione così drammatica per la Nazione non ha saputo fare altro che ritirarsi sull’Aventino e lasciar fare ad altri, sottraendosi alle proprie responsabilità. E che anche oggi mi dà l’impressione di pensare solo al proprio piccolo tornaconto e non al bene comune.

Non sarà una etichetta nuova appiccicata alla ben meglio su un pacco ammuffito a cambiare la sostanza. Spero solo che le Italiane e gli Italiani sappiano guardare con occhio attento – e, soprattutto, scevro dal tifo da stadio che ha contraddistinto l’ultimo ventennio – al nostro passato per guardare in avanti, evitando di ripetere gli stessi errori che ci hanno portato al punto in cui siamo ora.

Cito spesso le parole di Giorgio Gaber: libertà è partecipazione. Che è proprio quello che manca nella nostra bella nazione.

Io sono in cerca di casa politica.
Certo è che sarò molto attenta a sceglierla.

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