In questi giorni è in uscita nelle sale italiane il nuovo film dei creatori della trilogia di Matrix, i fratelli Wachowski.

Sono abbastanza curiosa di vedere questo nuovo lavoro, Cloud Atlas, che si estende su cinque secoli – dal 1848 al 2321 – per raccontare una storia complessa ed intrecciata. Come complessa e profonda era stata l’esperienza di Matrix, soprattutto del capostipite della trilogia.

Non tutti sanno, però, che uno dei due fratelli – Larry – dai tempi di Matrix ha cambiato sesso ed è divenuta Lana. Un percorso che, è facile capire, è complesso per ognuna di noi ma che per personaggi pubblici della sua levatura diventano ancora più complicati.

Ciò nonostante Lana ha trovato più volte la forza per raccontare la sua storia. L’intervento più interessante è stato il 21 ottobre del 2012, al discorso da lei tenuto alla consegna dell’ Human Right Campaign Visibility Award a San Francisco.

In quella occasione Lana ha testimoniato il suo dramma raccontando che da giovane era arrivata vicina a suicidarsi, buttandosi sotto un treno, per la insostenibile pressione derivante dal fatto di credere di “essere un mostro, di essere rotta, che c’era qualcosa di sbagliato in me, che non sarei mai stata oggetto di attenzione”, sottolineando poi quanto sia stato difficile rompere il suo silenzio sulla sua transizione.

Nel suo discorso la Wachowski ha raccontato della sua infanzia, dicendo: ‘Mi ricordo la terza elementare, con il trasferimento da una scuola pubblica in una scuola cattolica. Nella scuola pubblica giocavo per lo più con le ragazze, avevo i capelli lunghi e tutti indossavano jeans e t-shirt. Nella scuola Cattolica le ragazze indossavano la gonna, mentre i ragazzi i pantaloni. Mi è stato detto di tagliarmi i capelli. Io volevo giocare ai quattro cantoni ma ora io ero uno di loro, uno dei ragazzi. ”
“Appena arrivata mi viene detto di mettermi un linea dopo il suono della campana, le ragazze su una linea ed i ragazzi su di un’altra. Io cammino oltre la linea delle ragazze sentendo questo strana, potente gravità di associazione. Una parte di me sa che devo continuare a camminare. Non appena guardo verso l’altra linea, però, provo un senso di differenziazione che mi manda in confusione. Io so di non appartenere a quel gruppo.
Mi fermo fra le linee. Mi rendo conto del fatto che la suora mi guarda e che mi sta urlando contro. Non so cosa fare. Mi afferra inveendo, ma io non sto provando a disubbidire, sto solo cercando di raccapezzarmi. Il mio silenzio la fa infuriare e lei comincia a picchiarmi.”

Ricorda come la madre sia accorsa in suo aiuto: “E’ schizzata fuori dalla macchina lanciandosi contro la suora, strappandomi dalle sue manie e salvandomi.”

Il problema, come tante di noi hanno sperimentato, è che se per noi è difficile comprendere i nostri stessi sentimenti, è ancora più difficile trasferirli ad altri, anche se persone care: “Mi ha portato a casa ed ha cercato di capire cosa fosse accaduto, ma non avevo parole per descriverglielo”.

Ha raccontato poi della depressione degli anni dell’adolescenza, culminata con la decisione di  tentare il suicidio lasciando una nota con cui “volevo veramente convincerli che non era colpa loro, ero solo io che non appartenevo a questo mondo. Ho pianto tanto scrivendo questa nota”.

In una stazione della metropolitana, al momento di mettere in atto l’insano gesto, un uomo anziano la fissò “guardandomi come un animale guarda un altro animale. Non so perché non distolse lo sguardo. Quello che so è che è perché non l’ha fatto che sono ancora qui.”

“Anni dopo ho trovato il coraggio di ammettere che sono transgender, e che questo non significa che io sia una persona a cui non si può voler bene.” “Ho incontrato una donna, la prima persona che mi ha fatto capire che non solo posso essere amata nonostante la mia diversità, ma anche per essa”. “Lei è stata la prima persona a vedermi come un essere compiuto. E ogni mattina che mi sveglio al suo fianco non posso che testimoniare la mia gratitudine per quei due occhi azzurri che riempiono la mia vita”.

Ha poi sottolineato un concetto importante. “Sono qui perché da giovane avevo un immenso desiderio di essere uno scrittore, volevo essere un regista, ma non riuscivo a trovare qualcun altro come me in tutto il mondo e sentivo che i miei sogni mi fossero preclusi solo perché il mio genere (ovviamente non cinematografico, n.d.S.) era meno tipico di altri. Se io posso essere quella persona per qualcun altro, allora il sacrificio della mia vita privata ha un suo valore. So che sono qui anche per la forza e il coraggio e l’amore che ho la benedizione di ricevere da mia moglie, la mia famiglia ei miei amici.”

Questa, in estrema sintesi, la testimonianza che potete seguire per intero qui.

Da parte mia posso solo dirti grazie, Lana.

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