Qualche giorno or sono una discussione sul forum “Trans Ma Non Solo” mi ha spinto a riflettere sul ruolo che il rapporto con la famiglia di origine ha nella evoluzione delle persone T*.

Io mi sono formata l’idea che ci sono solo poche persone fortunate, che trovano nella famiglia un valido supporto al proprio cammino di transizione. La stragrande maggioranza di noi si trova a dover fronteggiare, oltre all’ostilità di una larga fetta del mondo esterno, anche quella dei propri familiari più stretti.

Io, ovviamente, posso parlare solo in relazione alla mia esperienza diretta.

Anche io ho sofferto un rifiuto netto ed implacabile da parte dei miei genitori, ed in un momento estremamente delicato della mia vita. Al tempo della mia uscita dall’adolescenza non esistevano le condizioni di conoscenza della realtà dei fatti. Nonostante io fossi certa della mia identità femminile sin da quando ero in tenera età, non avevo alcuna idea del fatto che esistesse una possibilità sia pur remota di transitare da un sesso all’altro. Non avevo fonti di informazioni, non avevo altre persone con cui relazionarmi. Uno spiraglio sul mondo cominciò ad aprirsi solo quando appresi qualche vago particolare sulla storia di Roberta Cowell da un articolo pubblicato su Grazia alla fine degli anni 70, che si rafforzò quando mi resi conto del fatto che uno dei miei musicisti preferiti del tempo, Walter Carlos, era diventata Wendy. Ma eravamo già nel 1982, ed io avevo oramai più di venti anni.
Se avessi avuto più coraggio, e se fossi stata capace di dare una svolta alla mia vita, avrei dovuto abbandonare la piccola città di provincia in cui vivevo e cercare di trovare la mia strada in un ambiente diverso… ma una delle cose che mi ha vincolato è stato proprio il rapporto con la mia famiglia, che in quella fase storica aveva bisogno del mio sostegno.

Sarebbe stato un mio diritto pensare di più alla mia vita? O forse pensare di più a me stessa sarebbe stata una mera prova di egoismo?

Del senno di poi son piene le fosse, e a me non piace recriminare sul passato, visto che non esistono mezzi per cambiarlo. Una cosa è certa, che la scelta fatta allora è una delle poche cose che rimpiango, nel bene e nel male, della mia vita.

Altrettanto certo, almeno nel mio caso, che rifiuto ed ostracismo non sono stati causati né da mancanza di affetto e nemmeno dalla volontà di attenersi a delle discutibili convenzioni sociali. Hanno avuto alla base principalmente la incapacità di gestire delle problematiche che sono troppo grandi per essere affrontate armate solo della propria esperienza e del buon senso. Soprattutto perché la condizione derivante dal Disturbo di Identità di Genere, come dico spesso, è compresa solo da chi il DIG lo vive in prima persona. A questo, poi, si aggiunge la consuetudine abbastanza diffusa qui al sud di considerare i figli, anche inconsciamente, una sorta di proprietà.

Ciò non toglie il fatto che, nonostante le prove di affetto che i miei mi hanno dato nel corso della vita, il loro comportamento ha disastrosamente influito sulle possibilità che avevo di risolvere in maniera positiva le dicotomie che mi porto dietro.

Oggi il mondo è sicuramente diverso: internet ha portato la diffusione dell’informazione su tematiche di nicchia per il gran pubblico a livelli che erano impensabili solo qualche anno or sono. Il problema, al più, è quello di sapere discriminare nel mare magno della rete l’informazione più ‘giusta’ per la proprie necessità. Ed io sono però dell’idea che l’elemento fondamentale per chi vive questa situazione sia quella di trovare le giuste relazioni al giusto momento della propria vita.

Mi piacerebbe sperare che le famiglie che si trovano ad affrontare la sfida di un familiare con il Disturbo di Identità di Genere abbiano sempre un atteggiamento di apertura e sostegno, non quello di viverla come una tragedia incombente. Ma qualora ciò non fosse, credo che l’uscire della famiglia rimanga la soluzione migliore: non per rompere i rapporti, ma per far si che questi invece non si logorino con lo stillicidio quotidiano.

Un po’ di tempo fa ho incrociato una ragazza MTF, che conosco di vista, ad un ipermercato locale a fare allegramente la spesa con la mamma… Mi è venuta una grande tristezza ed un groppo al cuore. Quante sono le cose che mi sono mancate nella vita!

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One thought on “DiG e famiglia

  1. mamma mia solo a pensare alla tua esperienza mi vengono i brividi, anche perchè nonostante le cose siano cambiate tutt'oggi in molte persone è radicata una sorta di negazione per fatti del genere

    qualche anno fa io sono stata con una ragazza di cui ero veramente innamorata e fortunatamente mia madre ha accettato questa cosa nella totale tranquillità. ma solo dopo che noi due avevamo rotto, solo un anno dopo, quando, più sicura di me stessa e delle mie idee, ho trovato il coraggio di dirglielo :]

    mia madre è una persona fantastica ed anche mio padre in fin dei conti lo è,ma so che se avessi parlato a lui di questa cosa non l'avrebbe accettata e nel migliore dei casi avrebbe cambiato discorso ignorando l'argomento e buttandolo nel dimenticatoio.

    concordo con te sul fatto che, se non capiti, convenga uscire dalla famiglia..

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