Un vecchio proverbio asserisce che nessuno è perfetto.  Se questo assunto è applicabile anche all’ultima opera dei fratelli Lana e Andy Wachowski, realizzata a sei mani con il regista tedesco Tom Tykwer, è altrettanto vero che questo film merita pienamente un posto nella storia della narrazione cinematografica.

Credo che si tratti di un lavoro che non induce a vie di mezzo: o piace smisuratamente o non piace del tutto. Un film complesso, con una narrazione serrata, suddivisa su sei piani temporali diversi ma che si snodano strettamente intrecciati in una unica continuità narrativa. Un film lungo, che dura poco meno di tre ore, ma che non lascia un attimo di tregua allo spettatore, restituendo una esperienza realmente intensa.

Cosa leghi le esistenze di Adam Ewing, giovane avvocato di San Francisco in missione nel Pacifico nel 1849 , di Robert Frobisher, compositore scozzese omosessuale della Edimburgo del 1936, di Luisa Rey, giornalista nella California del 1973, di Timothy Cavendish, editore inglese contemporaneo, di Sonmi-451 una artificio derivata dalla ingeneria generita della Seul del 2144 e del pastore Zachry di una post-apocalittica Hawai del 2321 è un filo doppio, che lascio scoprire a chi avrà la pazienza di seguire il film (o di leggere il libro).

Certo è che le storie sono intimamente interconnesse, e questi collegamenti appaiono agli occhi degli spettatori poco alla volta, proprio grazie al susseguirsi delle scene provenienti dai vari piani temporali. Una scelta molto più ardita di quella del romanzo da cui il film è tratto (L’atlante delle Nuvole, di David Mitchell, edito in Italia da Frassinelli), che invece utilizza una narrazione più lineare. Ma è proprio la narrazione uno dei punti di forza, unita alla scelta di fare rappresentare al cast un personaggio diverso in ognuno dei segmenti di cui è composta l’opera.

Mi sono piaciute particolarmente le parti del futuro realizzate dai fratelli Wachowski, in cui ho riconosciuto molte delle tematiche di Matrix, anche se non posso fare a meno di non citare uno stretto parallelismo delle scene ambientate in Nuova Seul con il capolavoro di Ridley Scott, Blade Runner: fra la caccia ai replicanti e quella alla artificio di diverso ci ho trovato giusto la pioggia. Ho trovato fuori dal contesto, poi, la voluta comicità  di alcune delle scene del segmento contemporaneo.

Ma, come dicevo, nessuno è perfetto.

Quello che conta è che un film che ti costringe a pensare, a riflettere sulla complessità della vita umana, sulle sorti dell’individuo e di come, nell’immenso oceano del genere umano, rimanga nel futuro una traccia di ogni vita, per quanto piccola ed umile essa possa essere. Un tema che, per chi vive una condizione quale la mia, riveste una grandissima importanza.

Sicuramente un film da vedere e ri-vedere al cinema.

Se vuoi condividere...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*