C’era una volta Splinder

Il nome Splinder a molti oggi non dirà più niente, ma per tanti internauti della prima ora ha costituito un porto significativo dove attraccare. Siamo agli inizi degli anni 2000, ed internet era molto diversa da quella di oggi. Da qualche anno si era cominciato ad affermare il fenomeno dei web-log e del personal publishing. Nacquero i primi blog, e per la prima volta chiunque desiderasse dare libero sfogo alla propria voglia di comunicare era libero di farlo  senza condizionamenti, e senza la necessità di essere un tecnico del settore.

La richiesta molto forte da parte dei neo-autori, e l’interesse generale verso il settore produssero la nascita di un numero consistente di piattaforme, con una articolazione estremamente variegata di peculiarità e funzioni. Splinder fu una di queste, e nacque nel 2001 da una idea di Marco Palombi, così come riportato da wikipedia.  L’idea di fondo era quella di riunire le persone accomunate da interessi analoghi. Non era, in assoluto, una idea nuova. In quel periodo furono vari i tentativi di costruire comunità di interesse, in parte per spirito di esplorazione – internet era una sorta di terreno vergine da colonizzare – ma anche per costruire modelli di business efficaci.

Sta di fatto che la nuova piattaforma, qui in Italia, cominciò subito a riscuotere un interesse significativo grazie alle sue funzioni sociali che portano, in breve tempo, alla costruzione di una vera e propria comunità. I social network in quegli anni erano ben lontani dal livello di pervasività di oggi, sia perché ancora del tutto acerbi, ma soprattutto perché in mancanza del supporto di smartphone e connessioni mobili avevano comunque un appeal totalmente differente da quello odierno.

Realtà più tranquille e pacate, come Splinder, permettevano invece di costruire relazioni più ragionate, basate come erano sulla condivisione di interessi, ed il meccanismo di funzionamento era pensato in modo da stimolarle e favorirle. Era un grande plus della piattaforma: io stessa mi sono trovata piacevolmente catturata dalla rete di relazione, arrivando perfino ad essere coinvolta – nonostante la mia timidezza patologica – in un paio di contest di scrittura. Caratteristiche peculiari che facevano perdonare una impostazione tecnica certo non all’altezza della concorrenza più agguerrita. Ma la centralità delle relazioni del suo modello non aveva paragoni, almeno per noi italiani.

Purtroppo anche le cose belle hanno un loro termine. Non conosco dettagli delle ragioni che hanno portato alla chiusura della piattaforma. Certo, i social network hanno contribuito in modo determinante al suo declino, nonostante siano due realtà difficilmente paragonabili. Su Facebook et similia post e riflessioni sono un battito di ciglia destinato a perdersi nel mare magnum della timeline, in un blog sono pensieri che – lungi dall’essere usa e getta – possono, invece, durare nel tempo, nel bene e nel male. D’altro caso non è un caso se  blogosfera si è nel frattempo, sostanzialmente, dissolta.

Ma l’esperienza Splinder è stata unica, e trovare dopo la sua chiusura una casa che riproponesse un feeling analogo è stato impossibile. Certo, ringrazio Altervista, che mi permette di scrivere questi pensieri, e che dal punto di vista delle feature non ha sicuramente paragoni. Ma la nostalgia rimane. Non per l’ambiente, o per il look, ma per le persone che mi ha dato modo di incontrare e conoscere.

Rimettendo mano al mio blog, e pensando che alcuni dei post più vecchi sono stati pubblicati su quella piattaforma, ho sentito doveroso ricordarla.

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