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Quello che mi manca

Pur non essendo una fan della televisione, Fabio Fazio mi è simpatico e lo apprezzo come un valido professionista, visto che fra i pochi programmi che seguo, quando posso, c’è proprio il suo Che tempo che fa. Ero quindi abbastanza curiosa di seguirel’ultima delle sua creature, dell’invitante nome di Quello che non ho.

Le aspettative erano molte, visto che io credo fermamente che, in questa martoriata Italia, la necessità per noi cittadini di riflettere a voce alta e senza pregiudizi, di maturare la sensibilità necessaria ad impegnarci tutti un po’ di più per il benessere comune, sia una esigenza reale, sentita da tantissime persone. Ed è indubbio che programmi di questo tipo inducano proprio a questo tipo di riflessione.

Il programma, nonostante un persistente senso di deja vù, è comunque gradevole ed interessante. Ma a me ha lasciato un profondo senso di vuoto, che cozza fortemente con il titolo che gli autori hanno scelto.

Come già per Vieni via con me, ho assistito, abbastanza sgomenta, allo sflilare in passerella di tanti uomini illustri e noti… e le donne? le donne dove sono?
E’ scoraggiante e deprimente constatare che, nella televisione del 2012, anche un programma serio come questo riservi solo uno spazio di marginalità al pensiero di più di metà della popolazione.

Quello che mi manca è la voce delle donne. Perchè è una ricchezza incommensurabile per la nostra società.

Anche se tanti signori uomini fanno finta di non capirlo.

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la memoria corta

Stamane mi è capitato casualmente di assistere al programma di Rai3 Lezioni di Crisi, in cui un inossidabile Giuliano Amato, uno dei supertecnici dell’attuale governo, cerca di spiegare alla vasta massa degli ascoltatori televisivi il suo punto di vista in merito alla complessa situazione economico-politica che si troviamo a vivere in questi anni critici.

Del programma ho visto solo un breve stralcio, non ho quindi elementi concreti per esprimere un giudizio complessivo. Devo però dire che il segmento che ho seguito mi ha, per così dire, infastidito.

Il messaggio che ho percepito è che gli accordi di fiscal compact siano stati prontamente accolti dai membri della UE per convincere la Germania che il resto degli Stati non erano degli spendaccioni.

Spero di avere frainteso: sono una quisque de populo e quindi mi capita spesso di prendere lucciole per lanterne. Ma dubito che la trasmissione avesse come destinatari degli studenti di un master di economia, quindi temo che il succo non si discosti in maniera significativa dal messaggio che si voleva trasferire. E questo, unito ai tanti altri segnali ricorrenti che giungono da oramai tanti mesi, continua a rafforzare in me l’idea che gli strumenti messi in campo per affrontare la difficilissima situazione che stiamo vivendo non siano propriamente quegli giusti.

Perchè mai dovremmo convincere la Germania?

Io parto dal presupposto che la scelta di stare assieme sia basata su di una convenienza comune. Così mi è stato insegnato quando a scuola, da bambina, partecipavo alle giornate che annualmente venivano dedicate al progetto di unificazione. Così è stato quando all’indomani della caduta del muro di Berlino, la Germania ha avuto necessità del supporto degli altri stati membri per avviare l’immane processo di unificazione e di riallineamento delle due zone del proprio territorio.

A me non sembra oggi che nessuno dei restanti sedici paesi che aderiscono all’area Euro abbia una salute di ferro. Forse l’idea più conveniente per tutti potrebbe essere proprio quella di lasciare andare la Germania fuori dall’Euro. La locomotiva con il vecchio Marco sarebbe libera di prendere la sua velocità libera da vincoli, mentre ai leader del resto di Europa potrebbero finalmente mettere in campo delle Politiche degne di questo nome.

Percepisco già i sorrisini: è una idea peregrina.

Certo! E’ il discutibile pensiero di umile cittadina di infima istruzione, che non può essere in alcun modo comparato alla Scienza degli accademici che tengono saldo il timone dell’economia mondiale.

Non credo, però, di essere la sola a pensare che la pessima situazione in cui ci troviamo oggi sia dovuta in larga parte proprio alla miopia di certi timonieri dalla memoria corta, che hanno dimenticato le lezioni impartite dalla grande depressione del ’29. Dato che basta prendersi il disturbo di analizzarne le cause storiche delle due crisi per rendersi conto che le radici sono omologhe a quella che stiamo vivendo oggi: sovravalutazione delle aziende, cattiva distribuzione del reddito, politiche di denaro facile, febbre del profitto.

Altrettanto certo che questi mali sono stati aggravati oggi da cattive scelte, come quella di abrogare lo Glass-Steagall Act, la legge americana del ’34 che per mettere in sicurezza il sistema separava l’attività  delle banche di affari da quelle tradizionali.

In un sistema che presenta elementi significativi di rischio, una società moderna e civile deve mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari per neutralizzarlo o, al più, renderlo gestibile. Questo è vero in tutte le attività umane… salvo nell’economia, che fa eccezione. Il fatto è sotto gli occhi di tutti, ma la riprova è giunta pochi giorni or sono con il nuovo caso J.P. Morgan, salita agli onori della cronaca sempre per il problema dei derivati.
Perchè non ci stabiliscono regole serie per evitare il ripetersi di situazioni così impattanti sul destino dell’intera umanità? La doomanda è ovviamente retorica, visto che la risposta è lapalissiana.

Credo, quindi, che sia legittimo avere dubbi sulla capacità – o sulla volontà – di certi nocchieri di traghettarci verso il posto giusto. Siamo quindi sicuri che le ricette che ci sono da più parti proposte siano effettivamente quelle più adatte? O stiamo continuando a sbagliare?

Leggo che anche in Germania, con le elezioni nel Nord Reno-Westfalia, stia iniziando a tirare un vento nuovo: chissà che non sia giunto il momento giusto per rimettere le persone al centro del mondo.

Una cosa è certa: l’Italia ha un disperato bisogno di Politica. Quella con la P maiuscola.

Europe

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Lamento

Oggi mi sento infinitamente più inutile di quanto mi accada di solito.

Ma tant’è, e bisogna fare buon viso a cattiva sorte. Per cui stamperò un sorriso smagliante sul fantoccio che indosso ogni giorno e mi butterò nel vorticoso ritmo del mondo.

Anche perchè nella vita ci sono due certezze: si nasce in totale solitudine e si muore allo stesso modo.

Non vedo perchè nel tempo che intercorre fra questi estremi si debba aspirare ad una condizione migliore.

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Di chi è la crisi?

Rischierò di fare la figura dell’allocca, ma devo confessare di continuare a sorprendermi per le affermazioni dei nostri vip – preferisco utilizzare questo termine, visto che con l’insediamento dei tecnici al govento il termine uomini politici è diventato riduttivo.

Mi sorprendono le affermazioni – temo, scarsamente obiettive – del presidente Napolitano, che per me continua a scivolare dalle posizioni di garante super partes proprie del suo ruolo, verso il gruppo dei difensori di una corporazione partitica che ha oramai fatto il suo tempo.

Mi meravigliano ancora di più le affermazioni del nostro Presidente del Consiglio dei Ministri sulle responsabilità morali. Leggo da Repubblica.it: “Le conseguenze umane” della crisi “dovrebbero far riflettere chi ha portato l’economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire”. “Lo stato negativo e per certi versi drammatico dell’economia italiana è figlio di una insufficiente attenzione prestata in passato alle scelte di lungo periodo per le riforme strutturali”.

Ora, è certamente vero che se avessimo avuto al timone della nazione personaggi di spessore, con la capacità di guardare al benessere ed al futuro della Nazione, è più che probabile che oggi ci troveremmo in una posizione nettamente migliore di quella che stiamo vivendo.

C’era, però, una volta un tizio che affermava “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Ed io non credo ci si possa dimenticare del totale fallimento dimostrato dal segmento di scienza a cui fanno riferimento proprio molti dei Professori che compongono il nostro governo: l’Economia.

Che le scienze economiche si siano dimostrate incapaci di prevedere il montare di questa crisi è un fatto oggettivo.
D’altro canto l’economia si basa, come altre scienze, su modelli della realtà. Ma la complessità umana è raramente riconducibile con esattezza ad un modello matematico, ma – soprattutto – ci si trova al cospetto non di una entità statica, ma fortemente dinamica.
Non mi sembra, però, di avere sentito dei mea culpa provenire da parte di quell’area. Anzi, a me quisque de populo pare che si continui nello stesso errore di lasciare andare le cose come vanno: la necessità di regole esplicite, che è stata più volte e da più parti invocata come necessaria, mi sembra  sia rimasta lettera morta se – come accade qui in Italia – la commistione fra banche e finanza è rimasta irrisolta.

Io personalmente sono stanca di continuare a riascoltare ritornelli a cui siamo abituati da decenni. Credo che sia il tempo di smettere di attribuire le responsabilità dei mali correnti ad altri ed al passato.  Sicuramente c’è sempre una verità di fondo.
Ma non mi si venga a dire che si tratta di azioni obbligate e non di scelte: politici o tecnici che siano, chi dirige ha sempre più opzioni disponibili per raggiungere uno scopo.
E forse non era necessario scomodare tecnici e supertecnici per fare le cose fatte sino ad ora.

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Cui prodest?

Il quotidiano inglese Mirror ha rivelato nell’edizione on-line di ieri che una delle concorrenti di miss Inghilterra ammesse alle semifinali del 30 maggio è una giovane transessuale.
L’articolo ripercorre la storia della diciottenne Jackie Green,  anche se non presenta spunti di originalità diversi dalla sua partecipazione al concorso di bellezza.

Chi ha letto altri miei commenti sa quanto io sia attenta a tutte le vicende che testimonino il fatto che le persone transessuali non siano le sex machine tanto dipinte dalla stampa.
Mi chiedo, però, quanto sia giusto lanciare notizie di questo tipo.

Io, personalmente, non ci trovo nulla di strano nel fatto che la Green abbia raggiunto la semifinale di un concorso di bellezza se è realmente più avvenente delle concorrenti che ha sconfitto. In questo l’essere transgender o cisgender non dovrebbe avere alcuna influenza.

Temo, invece, che il sensazionalismo con cui queste notizie vengono diffuse – ed il pezzo del mirror non fa eccezione – possano incidere significativamente sulle chance della persona di cui si parla. In Italia, grazie al discutibile regolamento della nostra omologa manifestazione, il sospetto di essere transessuali ha già spezzato le ali a più di una nostra connazionale.

D’altro canto, in assenza di testimonianze di persone comuni, che non fanno notizia, rimarrà sempre difficile scardinare nell’immaginario collettivo la falsa equivalenza  polimorfica che lega comunemente le parole transessuale, sesso, prostituzione e perversione.

E’, quindi, una notizia che registro, ma su cui ho dubbi che mi impediscono di prendere una posizione definita. Non posso, però, che essere contenta per un’altra ragazza che ha trovato la sua strada.

A Jackie i miei auguri e… vinca la migliore.

Jackie con altre concorrenti

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La magia nel XXI secolo

A.C.Clarke, grande autore di fantascienza, soleva dire che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.E cosa c’è di più magico dei tanti gadget ipertecnologici che usiamo quotidianamente?
Non dovrei quindi meravigliarmi nel constatare come alcune notizie siano in grado di fare il giro del mondo solo perchè ammantate dal fumo del mistero tecnologico, ma in mancanza totale di un arrosto che ne giustifichi la diffusione.

Il telefono di legno del MITMa rimango lo stesso perplessa nel notare il risalto dato alla notizia del cellulare di legno che è circolata su vari blog dal contenuto tecnologico ed è addirittura approdata alla prima pagina de repubblica.it  come tema caldo. Repubblica lo descrive così: è la dimostrazione che anche senza costosi impianti industriali, chiunque può costruire un cellulare a casa sua. (…) Al Mit l’hanno realizzato a scopo dimostrativo e di ricerca modellando lo chassis di legno con una stampante 3D…”

E’ facile comprende che il nome del mitico Massachusetts Institute of Technology possa indurre a pensare di trovarsi di fronte a qualcosa di straordinario, ma così non è. Non c’è nulla di esoterico nella realizzazione di quegli studenti da giustificarne il risalto. L’unica cosa originale e degna di nota è caso mai il contenitore in legno (che non è frutto di un plotting 3d, ma più semplicemente tagliato al laser).

Il prototipo basato su arduinoLa cosa è evidente anche dalle foto dell’hardware finito, ma l’immagine più chiara è quella del prototipo, qui a destra. Quelli che si vedono sono dei moduli standard basati su un progetto open-source denominato arduino.  La scheda di sinistra è il controllore, un minuscolo computer programmabile, mentre i moduli al centro (denominati Shield) sono schede progettate per estendere le capacità del controllore. In particolare il modulo di colore rosso è uno shield GSM (un SM5100B): sostanzialmente un telefono senza tastiera e senza display. Esemplificativa è la descrizione che ne fa il produttore: “E’ possibile usare questo modulo per fare la quasi totalità delle funzioni di un telefono cellulare: voce, messiaggi SMS, connessioni GSM/GPRS …”

D’altro canto il progetto arduino è nato proprio con lo scopo di rendere disponibile, sia agli hobbisti che alle scuole, un ambiente di sviluppo economico e facilmente espandibile per sviluppare progetti e per acquisire conoscenza e know-how. Proprio per questo motivo sono prodotti open-source, di larga massa e facilmente acqustabili: nulla di esoterico e nulla di nuovo. Di scuole ed hobbisty che programmano con arduino e con i suoi shield, compreso i moduli GSM, ce ne sono a migliaia e non farebbero notizia se non avessero l’eticatta M.I.T.

Peccato che una notizia degna di nota c’era, ma è passata completamente sotto silenzio: arduino è un progetto italiano, nato in quella città di Ivrea che è stata la culla del primo elaboratore elettronico personale del mondo, la Olivetti Programma 101.

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In cerca di casa (politica)

Conosco bene il vecchio proverbio che recita “aver compagno al duol scema la pena”, ma è qualcosa che non ho mai condiviso.  In effetti è per me un vero dolore constatare come, giorno dopo giorno, la compagine dei cosiddetti indecisi – ovvero i cittadini che, come me, non si riconoscono nelle attuali formazioni politiche – si sia così inspessita da avere superato oramai la metà degli aventi diritto al voto.

E’ un dolore vero, perchè in una nazione moderna, civile e – almeno sulla carta – democratica è assurdo che una fetta così grande della società non si senta rappresentata da nessun componente della miriade di formazioni che si muovono sullo scacchiere della politica.
Vero è che noi Italiani siamo sempre stati un po’ troppo abituati a farci ‘i fatti nostri’ ed a lasciar fare. A delegare agli altri, ad occhi chiusi, senza nemmeno preoccuparci di farci rendere conto delle deleghe date. Così come è troppo diffuso il concetto che la cosa pubblica – in tutte le due forme – non è qualcosa che appartiene singolarmente ad ognuno di noi, ma che è invece un bene di nessuno.

Il brutto è che ci eravamo già passati nel 1992.

Subito dopo l’ondata che travolse i partiti dell’epoca, distruggendo capisaldo storici del panorama politico dell’epoca, pensavamo di aver imparato la lezione. Ricordo bene il fermento di quel periodo. C’era la sensazione che fosse possibile costruire dalla base qualcosa di nuovo sul terreno lasciato libero da quelli che erano considerati a buon titolo dei professionisti della politica.

Ma, ahimè, fu una breve illusione. La politica della Seconda Repubblica, basata sui personalismi carismatici dei cosiddetti leader, ha rapidamento messo in un angolo il valore dei contenuti in favore del luccichio delle paiettes, travolgendo con se ogni speranza di chi aveva creduto che la fine della Prima Repubblica potesse mettere il singolo cittadino in una posizione di maggiore centralità nella gestione della cosa pubblica. Inseguendo il miraggio del bipartitismo e della governabilità, la popolazione si è interessata sostanzialmente solo al fatto di essere pro o contro. Il fatto che il governo di una nazione debba essere basato su una progettualità condivisa – i programmi, come si chiamavano una volta – è stato trasformato in occasione di spettacolo: vedi il famoso patto con gli elettori.

Credo si abbastanza evidente che, dopo venti anni, anche la Seconda Repubblica è arrivata al capolinea, e saranno gli storici a sentenziare quale sia l’evento che abbia innescato la discontinuità. Per me è chiaro che quello che stiamo vivendo sono gli ultimi giorni di un periodo storico che ha sostanzialmente sancito la creazione nel nostro paese di una oligarchia, costituita da formazioni che ritengo ben poco abbiano a che fare con i partiti, così come sono delineati dall’articolo 49 della nostra Costituzione.
Le mosse di questi giorni degli attori in campo non fanno che corroborare questa idea. Se un leader che non ha cariche di partito può azzerane la struttura, o un segretario annunciare una sorta di rivoluzione quando sino al giorno prima era impegnato in congressi per riannodare le fila con la cosiddetta base, mi chiedo cosa rimaga del metodo democratico che i nostri Padri Costituzionali avevano messo a fondamento del concetto di “partito” in Italia.
Segnali evidenti che, da scafati professionisti, si stanno tutti rendendo conto che il futuro sarà diverso – i segnali sono oramai troppo evidenti – e tutti stanno cercando di correre ai ripari.

Ma sono davvero così superficiali dal pensare che basti un rimescolamento di carte, una shekerata di volti, per riacquistare una verginità perduta?
Come cittadina sono profondamente indignata. Mi sono sentita usata e messa da parte, ripetutamente presa in giro. Mi sono sentita tradita da una casta ampiamente privilegiata e lautamente retribuita che in una situazione così drammatica per la Nazione non ha saputo fare altro che ritirarsi sull’Aventino e lasciar fare ad altri, sottraendosi alle proprie responsabilità. E che anche oggi mi dà l’impressione di pensare solo al proprio piccolo tornaconto e non al bene comune.

Non sarà una etichetta nuova appiccicata alla ben meglio su un pacco ammuffito a cambiare la sostanza. Spero solo che le Italiane e gli Italiani sappiano guardare con occhio attento – e, soprattutto, scevro dal tifo da stadio che ha contraddistinto l’ultimo ventennio – al nostro passato per guardare in avanti, evitando di ripetere gli stessi errori che ci hanno portato al punto in cui siamo ora.

Cito spesso le parole di Giorgio Gaber: libertà è partecipazione. Che è proprio quello che manca nella nostra bella nazione.

Io sono in cerca di casa politica.
Certo è che sarò molto attenta a sceglierla.

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No!, signor Presidente

Mi chiedo quale coraggio abbiano oggi i nostri eletti a continuare a blaterare a tutto spiano in merito ai rischi derivanti dalla cosiddetta antipolitica. Termine odioso, perche trasferisce subdolamente il concetto che si tratti di qualcosa di negativo: se la politica è una cosa giusta, cosa mai potrebbe essere l’antipolitica, che ne è la sua negazione, se non un male?

Ma le cose non stanno effettivamente così.

Non c’è bisogno della zingara per comprendere che il sentimento che pervade trasversalmente il nostro paese non è una avversione – sic et simpliciter – verso la Politica, quella con la P maiuscola. E’ invece un moto di reazione, che ritengo più che legittimo, di chi si è stufato e non ne può più di dover sottostare alla tracotanza della nostra classe dirigente.
E’ ben evidente a tutti già dai tempi de ‘La casta’, il saggio di Rizzo e Stella, il fatto che l’Italia sia una nazione in cui ci si muove a due velocità.
Da una parte c’è la massa dei comuni mortali, dall’altra la ristretta cerchia di chi – a vario titolo – può disporre di enormi privilegi e di corsie preferenziali, per se e per i propri amici.

Questa situazione noi Italiani l’abbiamo tollerata a lungo. E’ una situazione odiosa, ma in tempi di vacche grasse ha probabilmente avuto il sopravvento l’indole tollerante che ci contraddistinue in larga massa.  Oggi che le vacche sono tutte rachitiche,  e che stiamo da tempo raschiando con forza il fondo del barile, è lapalissiano quanto il fermento che serpegga in così tanti cittadini sia più che motivato.

Ma è altrettanto evidente il fatto che la politica, quella che per me ha la p minuscola, ha reagito a queste situazioni solo con atti di facciata: pochi annunci e meno fatti. Non solo: più il tempo passa, più scopriamo che ai privilegi individuali di quanti a vario titolo fanno parte della ristretta elite di questa nazione, si vanno sommano situazioni che non possono che lasciare che sconcerto.
Mentre a noi cittadini vengono chiesti sacrifici sostanziali, scopriamo che nelle organizzazioni che dovrebbero rappresentarci circola immotivatamente così tanto danaro, che sia possibile perdere di vista fiumi di denaro senza che nessuno se ne renda conto!

Forse siamo tutti così assuefatti a questo andazzo, da non cogliere l’enormità delle vicende che si snocciolano sotto i nostri occhi: come è mai possibile perdere le tracce di decine di milioni di euro? Non credo di essere la sola persona che si accorgerebbe anche dell’assenza di un singolo biglietto da cinquanta euro, visti i salti mortali che faccio per arrivare alla fine del mese.
Ma quello che rattrista, e che fa rabbia, è che a fronte del diffuso sconcerto delle persone comuni la cosiddetta politica continui regolarmente a fare orecchie da mercante. Tanti discorsi, tante promesse, diremo…, faremo… e poi nulla. E’ stato così in passato, vedi il recente caso della commissione Giannini,  ma ci si sta muovendo sullo stesso binario anche per i cosiddetti rimborsi elettorali.

Ma è lecito definirli rimborsi? I nostri politici farebbero meglio a darsi una sfogliata al vocabolario, che recita: “Rimborsare: L’azione di restituire quanto si è speso”.
Non tutti si nascondono dietro al dito. C’è anche chi ha il coraggio di definirli per quello che realmente sono.  Come Rosy Bindi, che qualche sera fa, ad 8 e mezzo su LA7, affermava che non bisogna essere ipocriti:  quello che viene definito rimborso andrebbe chiamato con il suo vero nome: finanziamento pubblico.

Mi congratuto con l’esponente del PD per la sua sincerita, ma in questa affermazione dimentica allegramente che il popolo – che ogni tanto, e quando fa comodo loro, è sovrano – aveva con un referendum plebiscitario rifiutato tale concetto.
Così come le motivazioni addotte a questa posizione – sostanzialmente che senza di esso solo dei miliardari potrebbero permettersi un partito – sono estremamente deboli. Ci sono molte opzioni per consentire il finanziamento dell’attività politica. Quello che non funziona sono gli automatismi che portano fiumi di euro nelle casse dei partiti, per il fatto stesso di esistere ed in totale assenza di trasparenza e di controlli, e senza che vi sia alcun rapporto con quanto si è realmente speso.
Al di là di rare voci fuori dal coro, ancora oggi i leader dei tre principali partiti hanno ribadito la medesima posizione già affermata, più volte, negli scorsi giorni.

Continuo a rimanere meravigliata da queste affermazioni. Ho sempre ritenuto che la migliore capacita di un politico sia quelle di riuscire ad fiutare dove tira il vento prima dei comuni mortali e comportarsi di conseguenza.
Ma oggi è palese che così non è.
E evidente e lapalissiano quanto la strada che hanno scelto di perseguire cozzi alla grande con un malcontento trasversalmente diffuso, che è oggettivo e tangibile.
Mi sa che, isolati nel castello che si sono costruiti con le loro mani, abbiano perso di vista la realtà della popolazione a cui dovrebbero rendere conto del loro operato.
Solo così si spegano certe affermazioni, che mi indignano come cittadina, quali le elargizioni di taluni personaggi che si dicono disponibili a ‘consentire’ agli elettori di scegliere qualcosa – ma senza potere esprimere preferenze: evidentemente è troppo pericoloso. E’ rischioso mettersi alla prova. Vogliono tutti vincere facile, come dice un noto spot.

Ma d’altro canto, questo è per me il risultato più nefasto del fatto di avere consentito ai partiti di divenire organismi autoreferenziali, che rispondono solo a loro stessi, e di non avere preteso l’applicazione delle regole democratiche all’interno delle singole realtà. Di avere supportato i personalismi dei leader e di avere chiuso tutte e due gli occhi quando avremmo dovuto averli spalancati. Così ci troviamo oggi di fronte a dei pachidermi che macinano milioni di euro senza dover rendere conto a nessuno, che decidono  dall’alto quali sono le persone da mettere nei ruoli chiave, senza che – nella stragrande maggioranza dei casi – esista una dialettica interna degna di questo nome. Cosa rimane a noi cittadini di ‘democratico’ in questo sistema? Solo la libertà di mettere una X su di un simbolo. A me sembra che la Costituzione garantisca qualcosa di più di questo.

E’ questa antipolitica?

No. Non sono i cittadini a rifiutare la politica.
A me sembra proprio che sia  invece quest’ultima ad avere ‘scaricato’ la cittadinanza, considerandola solo una vasta prateria da cui attingere risorse. Ad avere tirato troppo la calza, che oramai si è irrimediabilmente lacerata. Senza rendersi conto di cosa sta succedendo e del fatto che, come fu per tangentopoli nel ’92, è sbagliato gioire delle digrazie altrui.
Perchè è troppo facile gridare oggi scandalo!, quando chi lo fa dimentica di avere attinto a larghe mani alle stesse risorse da quasi un decennio. Non mi sembra proprio che ci sia stato anche uno solo dei beneficiari di un simile fiume di denaro che vi abbia rinunciato negli anni passati.
Nè si accorgono di quanto deboli siano le risposte annunciate per arginare il malcontento: si continua ad essere autoreferenziali, in un modo che a me ricorda tristemente la vicenda delle ‘multe’ per manifesti elettoriali abusivi. Parliamo di milioni di euro di sansioni che non sono stati mai pagati perchè hanno beneficiato in dieci anni di sei condoni.
E’ ovvio che se il controllato è anche controllore, giudice ed esattore non si va da nessuna parte.
A questo si aggiunge il fatto che la politica, in toto, ha preferito rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità per lasciare la patata bollente a questo cosiddetto governo tecnico. Soluzione semplice e comoda per non sporcarsi le mani con azioni impopolari.

In questo clima si inserisce oggi l’appello del Presidente Napolitano.

In passato ho quasi sempre condiviso le posizioni del Capo dello Stato, ma oggi non concordo per nulla con il senso del suo appello.
Perchè il problema non è il marcio. A quello ci penserà la magistratura.
I problemi sono le ingiustizie legali di cui questo paese è pieno.
E’ la faccia tosta con cui si chiedono da un lato grandi sacrifici a tutti i cittadini, mentre all’altra si continua a spandere e spandere allegramente.
E non mi si venga a partare di antipolitica: quella di oggi non è politica. E’ una pessima oligarchia. Siamo di fronte solo ad una serie di apparati di partito, formati da professionisti, che si sono costruiti un ecosistema auto-referenziale, che si perpetua per partenogenesi.

No!, signor Presidente.
Non siamo noi a demonizzare i partiti.
Sono loro ad essersi arroccati su posizioni oramai insostenibili.

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E adesso la pubblicità

Per confermare quanto vado dicendo da tempo, vi propongo un altro filmato pubblicitario.

In questo spot del Banco Provincia TP, una banca argentina, viene raccontata la storia dell’incontro fra un uomo anziano ed una donna di mezza età. I sottotitoli sono in inglese, quindi risporto la traduzione italiana.

D: E’ più naturale… (sorpresa) Sig. Lopez! E’ strano vederla qui.
U: Vorrei sapere… quando la banca le ha dato quel prestito per aprire il suo salone di parrucchiera, le ha chiesto la carta di identità?
D: Sì
U: Ma quel documento dice che lei è un uomo
D: Sì
U: E glielo hanno dato lo stesso?
D: (annuisce)
U: E’ la stessa banca che mi ha concesso un prestito per comprare l’auto… Questo mi ha fatto pensare… E mi ha incoraggiato per venirle a chiedere perdono per averla trattata cos’ male per tutto questo tempo… Per non averla saputa trattare. Prenda questo (le dà una ballerina in legno intagliato), la conservi.
D: E’ per me?
U: Mi perdoni.
D: (commossa) Mille grazie, Sig. Lopez.

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164×30=10957

Sono oggi 10957 giorni – 30 lunghi anni – dall’entrata in vigore della legge 196/82.

Pubblicata con il titolo “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”  sulla gazzetta ufficiale n. 106 del 19 Aprile di sei lustri or sono, questa norma poneva l’Italia all’avanguardia in Europa.  Prima di noi, la sola Germania aveva legiferato in materia.

La 164 poneva fine ad una anomalia tutta italiana. Già dagli anni ’50 la riassegnazione chirurgica del sesso (RCS) era riconosciuta, fuori dall’Italia, come unica strada percorribile per risolvere i problemi causati dalla cosiddetta disforia di genere. Nel nostro paese, invece,  l’RCS veniva considerata una mutilazione e, quindi, perseguita legalmente. Come sempre capita c’erano comunque pochi fortunati che potevano permettersi di effettuarla all’estero – e nell’immaginario collettivo la destinazione era regolarmente la clinica del dott. George Burou a Casablanca – ma dovevano comunque mettere in conto di dover sottostare a grossi problemi una volta rientrati in patria.

La nuova legge poneva fine a queste odissee e stabiliva una serie di norme che davano finalmente anche in Italia una dignità al transessualismo e alla RCS, che fino ad allora era considerata alla stregua di una sorta di pratica voluttuaria, con tutto quello che ne consegue. Ma non è mai stata considerata un punto di arrivo: solo il primo di una serie di passi che sarebbe stato necessario compiere per dare compiutezza alla materia.

L’RCS è infatto solo l’ultimo atto di una lunga trafila che dura anni. La riassegnazione del sesso non è una passeggiata, e chi l’affronta lo fa solo perchè  è l’unica strada percorribile. E’ un percorso difficile già di per se, per affrontare cambiamenti così radicali, ma spesso è reso ancor più complesso per il fatto che lo si affronta in piena solitudine: ci sono pregiudizi così forti e radicati che è tutt’altro che raro che parenti, amici – e genitori – ti abbandonino alla tua strada.

Questo persorso può durare anche diversi anni, durante i quali è necessario vivere nel ruolo del sesso opposto a quello riportato sui propri documenti. Questo periodo, che è chiamato test di vita reale, è propedeutico al passaggio finale, ma rappresenta frequentemente un vero calvario.  Cercare di vivere una vita ordinaria dovendo frontaggiare le difficoltà del corpo che cambia, l’ostilità di una bella fetta del mondo, il doversi muovere nella società con documenti che non rispecchiano più la tua persona, è veramente difficile per persone che si trovano in un momento critico della propria vita.

In una nazione che dovrebbe garantire indistintamente a tutti i cittadini uguale dignità senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (Costituzione, art.3) sarebbero necessarie norme integrative che consentissero alle persone in transizione di affrontare serenamente questo passaggio della propria vita.

Ma così non è: la 164 è rimasta praticamente immutata ed oggi l’Italia, da nazione all’avanguardia, si ritrova oggi ad essere il fanalino di coda dell’Europa. Mentre la stragrande maggioranza degli stati membri della UE hanno prodotto norme molto più avanzate delle nostre, nel nostro Paese c’è addirittura chi prova a mettere in discussione la legge in toto.

Per lo più il clima in Italia in questi 30 anni non è migliorato un granchè. La diffidenza sociale nei contronti delle persone transessuali è sempre molto diffusa, e non è per nulla raro che sfoci nella transfobia. Nell’immaginario collettivo le persone transessuali sono identificate immediatamente con l’immagine, sbandierata dai media, di chi vende il proprio corpo. Le storie di tante persone, anche di grande valore, che hanno con difficoltà affrontato e superato questo grande punto interrogativo della propria vita si perdono nel nulla. Continua, costante, la discriminazione di tutti i giorni: quella che si tocca con mano quando devi trovare casa,  ottenere un lavoro, o nei quotidiani rapporti sociali. Tutte aree nelle quali siamo puntualmente svantaggiati.

In questo clima si consuma una ricorrenza che passerà inosservata ai più.

A me preme ricordarla.

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